Un mare di plastica, l’Università di Siena
tiene sotto esame il Mediterraneo
Un mare di plastica, l’Università di Siena  tiene sotto esame il Mediterraneo

Si chiama Plastic Busters e non è un gruppo musicale particolarmente gradito ai teen ager. Stiamo parlando di un progetto portato avanti dall’Universtià di Siena che mira a monitorare e a cercare soluzioni concrete per ridurre l’inquinamento nelle acque del Mediterraneo. I dati sulla presenza di plastica nel Mare Nostrum sono abbastanza allarmanti. Certo, chi va a fare il bagno in spiaggia non se ne accorge, ma chi passa il suo tempo a cercare di rendere il mare un luogo incontaminato e salubre sa bene che nel Mediterraneo finiscono, ogni anno, centinaia di chilogrammi di rifiuti solidi. E che una percentuale molto alta di questi rifiuti è composto da plastica. Ora, per quanto fastidioso possa essere il raccogliere una bottiglietta e buttarla nel cestino inveendo contro l’inciviltà di chi l’ha gettata in mare, bisogna sapere che quel tipo di materiale, soprattutto se presente in dimensioni estremamente piccole, può essere assai pericoloso per la salute del mare e dei suoi abitanti. Il team dell’università toscana, infatti, ha analizzato molti abitanti del nostro mare arrivando a risultati preoccupanti. Nello stomaco di esemplari di tonno monitorati in Sardegna, per esempio, sono stati trovati pezzi di plastica con scritte arabe. Sottolineiamo la lingua non tanto per una questione razziale, quanto per la portata del fenomeno, che non può essere affrontato con un approccio riduzionistico. Il problema è globale perché l’acqua del mare non obbedisce a frontiere o a posti di blocco. Un altro esempio: all’interno di una tartaruga Caretta Caretta morta sono stati trovati circa 150 piccoli pezzi di plastica. Tutti dati che i ricercatori dell’ateneo senese sono riusciti a raccogliere attraverso un’impegnativa attività di screening portata avanti attraverso analisi sul campo, o meglio sulle acque, senza apportare danni agli abitanti del mare. Prelievi di piccoli frammenti di tessuto o di piccole quantità di feci permettono di fare diagnosi senza dover uccidere, come succedeva anni fa in Giappone, una quantità industriale di pesci. L’attività degli studiosi mira a capire quanto possa essere pericolosa la presenza di microplastiche nel mare per tutti queli organismi che, per nutrirsi, l’acqua la devono filtrare. Una cozza, per esempio, filtra più o meno 300 litri di acqua al giorno; immaginatevi quanta ne circola all’interno del corpo di una balenottera comune, il più grande cetaceo del Mediterraneo. In attesa di generazioni dotate di educazione ambientale superiore, Plastic Busters è uno degli strumenti più utili per combattere l’inquinamento marino.

pubblicato il 1 Marzo 2017 da | in | tag: monitoraggio acque mediterraneo, Plastic Busters, plastica inquinante, progetti anti inquinamento, Università di Siena | commenti: 0

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