Siete in barca, o magari seduti sulla riva a godervi il sole. Un amico, il vostro compagno o magari vostro figlio si tuffa. Una rapida capovolta, un colpo di pinne e sparisce sotto la superficie increspata. L'acqua si richiude sopra di lui, cancellando ogni traccia, e lo specchio d'acqua torna liscio, calmo, indifferente. Iniziate a contare. Passano dieci secondi. Poi venti. Trenta. Il silenzio del mare improvvisamente sembra assordante. Iniziate a sporgervi, a scrutare il blu cercando una sagoma. E immancabilmente, nella mente si fa strada quella domanda silenziosa, fredda, che stringe lo stomaco: e se gli fosse successo qualcosa? Una domanda che richiede innanzitutto una risposta: disinnescare quell'ansia per restare lucidi e quindi in grado di affrontare una possibile emergenza. La paura non deve vietare, dev'essere affrontata con l'educazione che salva Una “reazione” che esige una premessa: molto spesso, di fronte a un figlio che ama trattenere il respiro sott'acqua, la nostra prima reazione è il divieto. “Non stare troppo sotto!”, “Non allontanarti!”. Lo facciamo per amore, certo, ma il motore di questi divieti è quasi sempre la nostra stessa paura. Ci spaventa ciò che non conosciamo e ci sentiamo inadeguati nel caso in cui dovessimo intervenire. La soluzione, però, non è allontanare chi amiamo dall'acqua, ma formarlo. E formare noi stessi. Esistono corsi di apnea in quasi ogni città, spesso a pochi chilometri da casa. Iscriversi (o iscrivere i propri figli) a un corso base è un investimento irrisorio se paragonato all'immenso valore della tranquillità. Un'estate al mare dovrebbe servire a distendere i nervi, non a tenerci col fiato sospeso ogni volta che qualcuno mette la testa sotto. La sicurezza sott'acqua passa attraverso due linee guida cristalline Se c'è un aspirante apneista in famiglia, assicuratevi che conosca due comandamenti. Il primo: non forzare mai. Non si torna in superficie quando non se ne può più, quando l'aria manca disperatamente. Si torna su molto prima, ai primissimi segnali di cambiamento del corpo. L'emersione deve essere un gesto elegante, controllato e, soprattutto, volontario. Uscire dall'acqua è una scelta, mai un'emergenza. La seconda: quando si emerge da un tuffo prolungato, l'istinto ci direbbe di buttare fuori tutta l'aria per poi prendere un grande respiro. È un errore gravissimo. Svuotare improvvisamente i polmoni fa crollare la pressione interna, e con essa la pressione parziale dell'ossigeno, rischiando di causare svenimenti (la famosa "samba" o blackout). La regola è respirare a pressione positiva: appena la bocca è fuori dall'acqua, si butta dentro aria. Si espira solo brevemente, a piccoli colpi, per poi riempire di nuovo e bene il torace. Se qualcosa va storto c'è il protocollo dell'angelo custode Cosa fare se, nonostante le accortezze, chi amiamo riemerge confuso, poco lucido o privo di sensi? Niente panico. Esistono due acronimi d'oro, semplici e potentissimi, che ogni bagnante dovrebbe tatuarsi nella mente. Il primo è Safe dove la lettera S è l'iniziale di Surface (Superficie) e invita a sostenere la persona tenendole le vie aeree fuori dall'acqua; la A di Airways, vie aere (Assicuratevi che la bocca e il naso...












































