Compensazione in apnea, per imparare a farla bene iniziate buttando a mare queste leggende
Quante volte è capitato di sporgersi dalla barca e guardare un oggetto inabissarsi, restando lì, impotenti, a fissarlo mentre svaniva nel blu? Magari avreste voluto tuffarvi per riprenderlo, l'acqua era limpida e il fondo sembrava a portata di mano, ma scendendo vi siete scontrati quasi subito con un muro invisibile e doloroso: la pressione. Quel fastidio pungente alle orecchie è il vero guardiano degli abissi. Scendendo anche di pochissimi metri, il peso dell'acqua schiaccia l'aria intrappolata nel nostro orecchio, spingendo il timpano verso l'interno. Per superare questa barriera e riguadagnare la libertà di muoversi sotto la chiglia, esiste un'arte antica e spesso fraintesa che si chiama compensazione. Non serve la forza per vincere il mare, serve la delicatezza. Tappati il naso e soffia forte? Il consiglio più conosciuto, ma da evitare Se frequentate le banchine o le scuole vela, avrete sicuramente sentito il classico consiglio tramandato tra diportisti e bagnanti: tappati il naso, indurisci la pancia e soffia forte finché non senti le orecchie scrocchiare. Ecco, dimenticatelo. Quella manovra brusca non solo maltratta i tessuti delicati del timpano, spingendoli violentemente verso l'esterno, ma diventa del tutto inefficace non appena si scende un po' di più e l'aria nei polmoni si fa densa. Compensare poco per risparmiare fiato: un'altra leggenda da sfatare E dimenticate anche la leggenda secondo cui compensare il meno possibile faccia risparmiare il fiato. L'orecchio è uno spazio talmente minuscolo che compensare spesso, con piccole e continue carezze d'aria, è l'unico modo per scendere morbidamente senza stressare il...












































