Michelangelo, il transatlantico
sfuggito all'apocalisse in Atlantico
Un’onda apocalittica, mostruosa, assassina. Il colpo vibrato alla Michelangelo dall’Atlantico in tempesta fu descritto via radio ai cronisti di mezzo mondo coi termini più drammatici, ma nessuno riuscì a farsi un’idea realmente adeguata della sua violenza fino a quando la nave giunse a New York, al termine di quella sfortunata traversata della settimana di Pasqua del 1966. Era passata da poco l’alba del 16 aprile, il profilo del ponte da Verrazzano e la statua della Libertà affioravano e sparivano tra sbuffi di foschia, quando la Michelangelo, bandiera a mezz’asta e un telo di fortuna a coprire la ferita sotto al ponte di comando, apparve ai reporter che le erano andati incontro sui guardacoste.
Guadagnato il molo sotto gli occhi di una gran folla, il telone fu calato come un macabro sipario e l’immagine valse più d’ogni parola. Più che di un’onda, sembrò l’effetto di una cannonata.
L'onda anomala aveva aperto una falla alta sei metri e larga 12 ...
Per un’altezza di quasi sei metri e una larghezza di dodici, il frontale aveva ceduto al colpo di mare, ripiegandosi e torcendosi come carta stagnola. All’interno, la scena era impressionante: ventisei tra le più lussuose cabine dell’ammiraglia erano ora un unico antro buio pieno di rottami fradici.
... e aveva sfondato il vetro corazzato dei ponti di comando
Più su, 25 metri sopra la linea di galleggiamento, l’acqua aveva avuto abbastanza forza per distruggere la cabina del comandante, quella del direttore di macchina e frantumare il vetro corazzato di cinque finestroni del ponte di comando. Non c’era da meravigliarsi, quindi, che quindici metri più sotto la coperta sembrasse un campo di battaglia, con la frisata della prua strappata via o resa informe fino al paraonde. Evacuati i feriti, toccò al comandante Giuseppe Soletti, un lussiniano prossimo alla sessantina con oltre quarant’anni di esperienza sul mare, raccontare ai giornalisti cos’era capitato alla sua nave. Lasciata Genova il 7 aprile e fatto scalo regolarmente a Cannes e a Gibilterra, la Michelangelo aveva affrontato l’Atlantico per la ventinovesima volta con 775 passeggeri a bordo e 710 uomini d’equipaggio.I bollettini meteo promettevano burrasca e Soletti, nel tentativo di tenersi a debita distanza dall’occhio del ciclone, aveva tracciato una rotta più a sud di quella abituale. Malgrado i continui aggiustamenti di rotta per tenere il transatlantico ai margini della tempesta, l’oceano pareva sempre più indomabile.
Il boato dello scafo che s'infrangeva sulle onde non bastava a coprire le urla di terrore
Nelle prime ore del 12 aprile, a due giorni di navigazione dal porto di arrivo, le condizioni meteo erano ulteriormente peggiorate e la Michelangelo, troppo lunga per potersi arrampicare e poi scendere dai fianchi di onde grandi come colline, veniva sollevata come un fuscello per poi ricadere letteralmente nell’incavo successivo con un immenso boato, tra lo stridore sinistro delle lamiere e le urla terrorizzate dei passeggeri rintanati nelle cuccette. Alle 6,45, la sala radio captò l'Sos del cargo liberiano Rokos che rischiava di affondare e la Michelangelo, obbedendo alle leggi del mare, virò a nord per andargli incontro, salvo ricevere mezz’ora dopo un nuovo messaggio dal comandante di quella nave che, avendo ripreso il controllo della situazione, avvisava di non aver più bisogno d’aiuto. Ripresa perciò la rotta primitiva di allontanamento dalla perturbazione, un’altra manovra si rese necessaria poco dopo per riparare al meglio due condotte di aerazione i cui cappelli erano stati strappati via dalla furia dei marosi che spazzavano sempre più violentemente la coperta. Dovendo mandare una squadra all’aperto con il massimo limite di sicurezza, Soletti fece invertire nuovamente la rotta così da avere il mare in poppa ed evitare che si infrangesse sulla prua. Il manipolo di volontari agli ordini del comandante in seconda Claudio Cosulich entrò in azione quando la velocità della Michelangelo fu sufficientemente sostenuta da garantire l’efficacia degli stabilizzatori antirollio.
Con il mare forza nove un muro d'acqua aveva inghiottito la nave
Date le proibitive condizioni del mare che aveva ormai raggiunto forza 9, tutto si svolse nel minor tempo possibile e non appena la squadra intervenuta all'esterno si chiuse le porte della tuga alle spalle iniziò la contromanovra per riportare la prua del transatlantico verso New York e verso il fronte del fortunale. La manovra era ormai terminata e la velocità stava nuovamente scendendo quando, alle 10,20, con la nave sbandata a sinistra al culmine di una rollata, al mascone del medesimo lato si gonfiò un muro d’acqua di dimensioni immani che inghiottì la nave. Il capo commissario Fiorello de Farolfi raccontò di aver avvertito dal suo ufficio un colpo sordo, come se la nave fosse andata a sbattere contro un muro. Anziché il contraccolpo di ritorno, solito del beccheggio, subentrò un pauroso silenzio. Subito dopo, prima lontano, poi sempre più forte e distinto, un fruscio che si trasformò in fracasso: un torrente stava scendendo violentemente per lo scalone principale e giù, a cascata, cercava sfogo nel pozzo dell’ascensore di sinistra. Di corsa salì le scale con l’acqua alle caviglie: un ponte, due ponti. Verso prua trovò i corridoi di sinistra dei ponti Lance e Superiore ostruiti da un groviglio di rottami informi di mobili, porte, lavandini, mozziconi di tubi e brandelli di tende. Sembrava che una gigantesca mano avesse vuotato le cabine e frantumato tutto con maligna forza distruttrice.
L'acqua aveva invaso le cabine uccidendo due passeggeri e un membro dell'equipaggio
Da quelle cabine, le più esposte ai colpi di mare, ma anche le più ambite perché gli oblò si aprivano sugli spazi immensi verso i quali la nave correva, gli occupanti erano stati allontanati alle prime avvisaglie di tempesta. Tuttavia, per una fatalità, alcuni di loro vi avevano fatto ritorno. Mr Steinbach, un businessman di Chicago, fu sorpreso dall’onda killer mentre stava facendo i bagagli per trasferirsi definitivamente nel nuovo alloggio assegnatogli: all’improvviso la parete della cabina si era aperta e l’acqua lo aveva travolto affogandolo. Nella cabina sottostante i coniugi tedeschi Berndt sopravvissero all’urto ma furono risucchiati via dalla furia del mare. I marinai li rinvennero esanimi sul ponte e per il signor Berndt a nulla valsero le cure dei medici di bordo. Dalle lamiere furono estratti in gravissime condizioni anche alcuni camerieri. Quando l’onda colpì, erano in una cabina vuota ad osservare la tempesta da un oblò: un momento di curiosità che sarebbe costato la vita al giovane garzone di camera Desiderio Ferrari. Per quanto i giornali americani furono unanimi nell’elogiare l’equipaggio e gli ufficiali, in Italia si montò il caso dell’onda anomala e molti puntarono il dito sulla scelta di costruire le soprastrutture della nave in lega leggera. Ma a bordo di colpe non ce n’erano. I transatlantici avrebbero attraversato l’oceano ancora per qualche anno, tenuti a rispettare un orario e assicurare un servizio qualsiasi fosse l’umore dell’Atlantico.
Testo di Simone Bandini, pubblicato sul numero 66 di Arte Navale. Su gentile concessione della rivista Arte Navale. Le immagini di Simone Bandini sono pubblicate su gentile concessione della rivista Arte Navale. E' fatto divieto per chiunque di riprodurre da mareonline.it qualsiasi immagine se non previa autorizzazione direttamente espressa dall'autore delle immagini al quale spettano tutte le facoltà accordate dalla legge sul diritto d'autore, quali i diritti di utilizzazione economica e quelli morali.











































